Il 2 giugno 1946 l’Italia sceglie la Repubblica

Settant’anni fa il referendum: fu il primo voto a livello nazionale per le donne.
Quasi 13 milioni di voti, due in più di quelli andati al Re che partì per l’esilio.
Si votò anche per eleggere l’Assemblea Costituente

Corriere Repubblica
La prima pagina con la quale il Corriere della Sera annunciò la vittoria della Repubblica nel Referendum del 2 giugno 1946

Furono 12.717.923 (il 54,3%) gli italiani che il 2 e 3 giugno 1946, settanta anni fa, si espressero a favore dell’ordinamento repubblicano per l’Italia che faticava ad uscire da una guerra che per molte aree del Nord e, in parte, del Centro, era stato anche un terribile conflitto civile. A dire sì alla monarchia furono, invece, 10.719.284 italiani ed italiane (per la prima volta le donne partecipavano ad una consultazione di carattere nazionale, formando la maggioranza del corpo elettorale!), prevalentemente nelle regioni di Sud Italia, dove la guerra, nelle sue fasi finali, era stata assai meno drammatica. Che l’esito del voto fosse quello uscito poi dalle urne non era così scontato alla vigilia. Soltanto i partiti della sinistra (PCI, PSIUP, PRI e Partito d’Azione) si erano espressi da subito e chiaramente a favore della repubblica; l’orientamento in tal senso della DC uscì dalla votazione a scrutinio segreto fra gli aderenti al partito scudocrociato nel corso del loro primo congresso, quando la repubblica raccolse 730.500 voti favorevoli. Ma i contrari furono ben 252.000, gli astenuti 75.000 e le schede bianche 4.000, a conferma di tante incertezze e di un dibattito serrato all’interno dello stesso gruppo dirigente, che avevano portato, appunto, alla scelta del voto segreto. Se, poi, si tiene conto che a schierarsi apertamente per la monarchia, fra quanti avevano dato vita al CLN, il solo partito fu il PLI (confluito con altri nell’Unione Democratica Nazionale) e che l’Uomo Qualunque era di fatto disinteressato alla questione, si comprende bene quanto divisi fossero gli umori degli italiani fra una monarchia che nel Ventennio fascista si era certamente mostrata prona di fronte a Mussolini ed ai suoi gerarchi, ma alla quale molti riconoscevano il merito di essere stata fra gli interpreti principali del percorso storico che aveva portato all’unità d’Italia. Poi a dare una mano alla monarchia era stata l’abdicazione di Vittorio Emanuele III, il più compromesso della famiglia con il fascismo. Il re “soldato”, il 9 maggio lasciò il trono al figlio Umberto II, per recarsi in volontario esilio ad Alessandria d’Egitto, dove morirà il 28 dicembre 1947. Se la sua figura era, per molti, macchiata dalla sua pavida sudditanza nei confronti del fascismo, erano altrettanti quanti ricordavano che sotto il suo regno l’Italia aveva raggiunto l’unità territoriale, che erano state risolte questioni dolorose (dall’irredentismo alla pacificazione con la Chiesa), che si era giunti al suffragio universale maschile e che era stata data concretezza all’aspirazione, forte in quegli anni, di fare proprie nuove terre, con l’Italia a pieno titolo fra i paesi coloniali. Umberto II, poi, aveva nel ventennio più volte palesato la sua avversione al fascismo e alla sudditanza di Mussolini nei confronti di Hitler, al punto di essere stato per molti anni uno dei principali obiettivi delle attenzioni non precisamente amichevoli dell’OVRA.
Accanto a queste considerazioni, legate ai rapporti fra Italia e Casa Savoia, occorre mettere in conto il clima che, negli ambienti politici e non solo, si respirava nel giugno 1946, quando l’Italia si apprestava a scegliere la propria forma costituzionale e ad eleggere, contestualmente, l’Assemblea Costituente. Erano ancora aperti troppi conti con il fascismo e – se anche si era chiuso il periodo delle repressioni più brutali – continuavano le epurazioni mentre si sentiva forte il bisogno di una pacificazione che servisse a ridare certezze di una legalità che puntasse alla riconciliazione della società civile. Sono di questi mesi i tentativi di definire norme e procedure che andassero in tal senso e che, nel contempo, non delegittimassero la Resistenza ed, anche, certi suoi eccessi. Per di più si andava rompendo, anche su pressioni internazionali provenienti dagli Alleati che, a Yalta, avevano deciso a chi competesse quale parte dell’Europa, il clima di solidarietà nazionale fra i partiti di sinistra e di centrodestra, con l’apertura di nuovi scenari, comunque tali da non impedire alla Costituente di predisporre una Carta costituzionale non frutto di un parlamento con tanti banchi vuoti e neppure decisa con l’ausilio della mannaia del voto di fiducia.

Giulio Armanini

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